Nel mio precedente post ho scritto della basilica di SanPietro in Vincoli limitandomi a spiegare il nome della basilica ed omettendo che, all’interno della chiesa, si trova il famoso Mosé di Michelangelo. Omissione voluta poichè questa statua merita un post a sè.

Nel 1448 il Cardinal Nicola da Cusano (Nicolas da Kues, filosofo, umanista e scienziato) fu assegnatario del Titolo di SanPietro in vincoli. Cusano, da grande mecenate ed amante delle arti, si occupò di molti restauri all’interno della chiesa che, durante il “periodo Avignonese” e la conseguente assenza del papa da Roma, era in condizioni di totale abbandono. Alla sua morte lasciò in testamento una notevole somma di denaro per le future necessità della chiesa.

I suoi successori al Titolo furono i Cardinali Francesco della Rovere (futuro papa Sisto IV 1471-1484, il papa della Cappella Sistina per intenderci) e Giuliano della Rovere (futuro papa Giulio II 1503-1513, il papa che commissionò a Michelangelo il soffitto della Sistina) ed entrambi usarono l’eredità di Cusano secondo le intenzioni del donatore.

Nel transetto di destra si trova proprio la monumentale tomba di Giulio II con al centro la statua del MoséLa splendida statua fu scolpita nel 1513 per essere parte di un sontuoso monumento funebre che papa Giulio II aveva ordinato, come sua futura tomba, a Michelangelo già dal 1505.

La figura del Mosé doveva essere il perno centrale del grandioso mausoleo, arricchito da più di 40 statue, che doveva essere collocato, originariamente, nella basilica di SanPietro in Vaticano.

Ma col tempo i rapporti tra Giulio II e Michelangelo divennero sempre più difficili, anche perchè il papa troppo preso dai lavori di ristrutturazione della basilica Vaticana, aveva perso interesse al suo sepolcro, tanto da aver deciso che fosse il Bramante a procedere con il progetto della basilica, anche se questo avesse previsto lo spostamento della sua tomba in un altro luogo.

Nel frattempo Michelangelo era stato convinto dal papa a lavorare sui disegni per gli affreschi della volta della Sistina. Inoltre, a rallentare ulteriormente l’esecuzione del mausoleo intervennero molteplici avvenimenti, non ultimo la morte di papa Giulio II nel 1513 con conseguenti contrasti con i parenti del defunto e i nuovi importanti incarichi, come le Tombe Medicee a Firenze commissionate a Michelangelo dal nuovo papa Leone X dei Medici.

Nonostante i gravosi impegni, fu in quegli anni tra il 1513 e il 1516, che l’artista lavorò al Mosè e alle statue dei due “prigioni” (progettate per il basamento del mausoleo) attualmente al Louvre.


Michelangelo non abbandonò mai il sogno di realizzare il sepolcro di Giulio II e i lavori si protrassero ancora per lunghi anni. L’artista chiamò questa tormentata vicenda la “tragedia della sepoltura”, e il risultato fu che la tomba, non realizzata secondo il progetto iniziale, venne posta nella basilica di SanPietro in vincoli intorno al 1545, così come la vediamo.

Ma soffermiamoci su questa opera e lasciamoci affascinare dalla maestria dell’artista fiorentino.
Mosé è seduto e non in piedi, ma solo uno dei suoi piedi è ben piantato a terra, l’altro appoggia solo l’alluce. Il volto è rivolto verso il fondo della chiesa e pare che, 25 anni dopo il compimento della statua, Michelangelo abbia cambiato la posizione della testa da frontale a laterale. Questi particolari imprimono all’opera un forte dinamismo.


L’espressione è, al contempo, pensierosa e terribile.
E’ un uomo ancora vigoroso e sta tentando con tutto il suo essere (notate la tensione dei muscoli) di reprimere un violento sentimento di rabbia.

Mosé è di ritorno dal Sinai dove Dio gli ha affidato le Tavole della Legge e trova il suo popolo intento ad adorare l’idolo d’oro….


Vorrebbe scagliarsi contro di loro, distruggere le Tavole, ma riesce a dominarsi. Le Tavole, sotto il braccio, sono sotto sopra e stanno lentamente scivolando verso il basso e la mano destra gioca con i riccioli della barba quasi a voler placare il violento turbamento emotivo.

Un’ultima curiosità. Secondo l’iconografia medievale, Mosé è rappresentato con due piccole protuberanze sulla testa, praticamente due corna.


Questo perchè nell’Esodo si descrive Mosé di ritorno dal Sinai con due raggi di luce sulla fronte, in ebraico KARAN, ma per una traduzione errata sono diventate due corna, in ebraico KEREN.
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