Nella Galleria Borghese c’è una deliziosa scultura che raffigura la capretta Amaltea con il piccolo Zeus ed il piccolo Pan.

Secondo Polibio, Crono sposò sua sorella Rea ed ogni anno divorava i figli da lei generati perchè Urano morente gli profetizzò che uno dei suoi figli lo avrebbe detronizzato. Rea era furibonda e quando partorì il suo terzo maschio, Zeus, decise di portarlo, a notte fonda, nell’isola di Creta per sottrarlo alla ferocia del padre.

Lo nascose nella grotta Dittea sulla collina Egea e lo affidò alle cure di Amaltea.

Questa era una capra meravigliosa, aveva il dono dell’eterna giovinezza, un vello lucido e morbido e corna grandi e scintillanti. Dalle sue mammelle sgorgava il latte della Vita.

Qui Zeus crebbe in compagnia del suo fratellastro Pan, si cibava di miele e del portentoso latte di Amaltea che un giorno lo renderà Signore di tutti gli uomini e di tutti gli Dei.

In seguito Zeus fu sempre riconoscente ad Amaltea per averlo nutrito e amato teneramente e, quando divenne Signore dell’Universo, immortalò tra le stelle l’immagine di Amaltea come costellazione del Capricorno.

Prese, inoltre, in prestito una delle sue grandi corna, lo riempì di fiori e frutti e lo donò alle figlie di Melisseo. Il corno divenne così la Cornucopia, simbolo di abbondanza, che trabocca di cibo e bevande non appena lo si desideri. 

Questo mito fu molto caro al Cardinale Scipione Borghese che vi vide una rinascita dell’Età dell’Oro da identificarsi col pontificato di suo zio, PaoloV Borghese.

Scipione comprò questa scultura nella bottega dei Bernini.

Era stata scolpita da un giovanissimo Gian Lorenzo, forse undicenne, ed è l’unico esempio dei primi “esercizi” dell’artista. E’ sorprendente la resa scultorea delle diverse superfici e tonalità del marmo.

Il vello della capra più scuro e scabro, l’incarnato bianco e liscissimo del bambino, il bianco chiaro del latte appena munto nella ciotola del piccolo satiro. Tutti dettagli che già denotano una continua ricerca di naturalismo del genio adolescente.

Per anni fu ritenuta un’opera del periodo ellenistico,l’attribuzione al giovane Gian Lorenzo è di Longhi, nel 1926, sulla base di antichi documenti.