L’ultimo ciclo di affreschi, a committenza privata, della pittura moderna si trova a Roma e fu eseguito da Guido Cadorin tra il 1926-27, per il salone-ristorante di quello che oggi è l’albergo Grand Hotel Palace in Via Veneto e che prima si chiamava Hotel Ambasciatori.
Il Grande Palazzo di Via Veneto, costruito nel 1927, è uno dei capolavori dell’architetto Marcello Piacentini, che si avvalse della collaborazione dell’interior designer svizzero Emilio Vogt. Fu edificato per ospitare prevalentemente corpi diplomatici della Capitale romana, ed è stato completamente rinnovato nel 2010, sotto la regia di uno dei più conosciuti architetti italiani, Italo Rota.
L’hotel fu inaugurato il 16 febbraio del 1927 in presenza del podestà di Roma e di una folla entusiasta. Sembrava destinato ad un lustro perenne, luogo privilegiato per accogliere il jet set internazionale di passaggio nella capitale.
Negli affreschi è rappresentata una festa e il pittore, osservatore silenzioso e attento, ne raffigura i vari invitati e infine, nell’angolo, lui stesso. Chi sono? Compaiono i proprietari dell’albergo e committenti degli affreschi Gino Clerici, sua moglie Maria Clerici Bournens e il figlio Gustavo; Marcello Piacentini architetto di grido all’epoca e autore dello stesso albergo con la sua famiglia; Gio Ponti che si affaccia con sorriso ironico da una colonna; Margherita Sarfatti, all’epoca già amante del Duce, con sua figlia Fiammetta ed altre figure di spicco di quegli anni.
Cadorin rappresenta la dolce vita romana e la rappresenta come una festa senza fine. Quello che mostrano gli affreschi è quello che accadde in quel salone eternando le effimere sensazioni di ciò che invece è destinato a durare una notte.
L’esempio è il Veronese di Villa Maser, suo conterraneo, così Cadorin crea uno spazio immaginario prolungando con balconi e portici di colonne tortili lo spazio della festa, pervenendo ad una fusione impossibile tra la tradizione del barocco veneto e la grazia del liberty. Con un’originalità incredibile, riesce a trasportare questa tradizione sei e settecentesca all’epoca moderna, né se ne scorge anacronismo, adattandola invece perfettamente al tempo, al luogo, ai personaggi.
Guido Cadorin (1892-1976) è veneziano, titolare della cattedra di pittura all’Accademia di Venezia, ed entra nell’alta società grazie a Gabriele D’Annunzio che lo sceglie come decoratore ufficiale del Vittoriale.
Nonostante i suoi molteplici lavori e la sua notorietà, Cadorin fu vittima di una damnatio memoriae e proprio questi affreschi decretarono la sua fine.
Quattro mesi dopo l’inaugurazione gli affreschi furono coperti con un velo di seta senza apparenti ragioni.
Lo storico dell’arte e scrittore francese Jean Clair ipotizza che la motivazione di un occultamento così inpietoso sia legato ad un volere del Duce che, nel ’27, non aveva più nei riguardi della Sarfatti un’ammirazione così devota e di certo non gradiva venisse messa in mostra così pubblicamente. Infatti gli affreschi furono riscoperti solo dopo la guerra.
Così scriverà Jean Clair in un articolo della rivista FMR del 1988: “Nel dicembre 1965, amareggiato e dimenticato dalla maggior parte dei contemporanei, disprezzato dall’establishment artistico italiano dell’epoca in quella Venezia tanto amata e dove occupava, all’Accademia di Belle Arti, la cattedra di pittura, Guido Cadorin scriveva a Eugenio Scalfari, direttore de L’Espresso, una lettera in cui chiedeva giustizia. Morì quasi del tutto dimenticato, genio solitario di cui oggi si riscopre, a poco a poco, la grandezza”.